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Come proteggersi dall’inflazione?

Mentre il focus dei media si sta spostando sull’esito delle elezioni in Francia, questa mattina facciamo una breve parentesi sul tema principale del 2022: l’inflazione.

Ormai tutti ne siamo consci, la vediamo non solo nei grafici dei CPI e dei PPI,(indici dei prezzi al consumo e dei prezzi di produzione) in continuo rialzo, ma la palpiamo con mano, ogni giorno e più passa il tempo, più ci accorgiamo di quanto l’inflazione assomigli sempre di più al fisco: ti porta via una parte dei guadagni realizzati, una parte della tua ricchezza, senza che tu possa opporti.
E allora ci viene istintivo chiederci se ci sia un modo per proteggersi dall’inflazione, se esistano delle asset class in cui investire per poter beneficiare di questo trend al rialzo dei prezzi.

La risposta a questa domanda è SI.
Ma è necessario fare delle considerazioni.

Si possono distinguere tre categorie di asset class:

  • Le asset class che perdono di valore in caso di inflazione
  • Le asset class che mantengono il valore in caso di inflazione
  • Le asset class che acquistano valore in caso di inflazione.

Nella prima categoria rientrano senza dubbio le obbligazioni.

Tipicamente questo strumento offre un rendimento nominale, espresso sotto forma cedolare o sotto forma di rendimento a scadenza.

Il valore del bond a scadenza non è agganciato ad alcun indice di inflazione. Questo fa sì che in termini reali, il valore di rimborso possa subire delle forti penalizzazioni in uno scenario di elevata inflazione, fino a far sì che l’intero rendimento del bond, sempre espresso in termini reali, possa diventare negativo qualora il rendimento implicito a scadenza sia inferiore al tasso di inflazione.
So già che alcuni di voi stanno pensando che esistono anche i bond e gli ETF inflation linked… Vero. Esistono.

C’è da chiedersi, tuttavia, se essi non siano già in bolla e non stiano già scontando scenari di iper inflazione per lungo periodo.
Fanno sempre parte degli asset che perdono di valore in caso di inflazione, le azioni con elevati profili di crescita o duration finanziaria elevata.
Questi titoli sono spesso caratterizzati da valutazioni elevate, quotano a multipli di borsa che possono arrivare a rapporto tra prezzo e Utili P/E di 25, 30, 40, 50… questo per scontare scenari di crescita futura.

Alcuni dei titoli ad elevata crescita potenziale non producono nemmeno utili, lo faranno, e quotano a multipli stellari. Queste tipologie di azioni sono quelle che risentono maggiormente di uno scenario inflattivo perché man mano che salgono i tassi delle curve di rendimento (cosi come sta accadendo oggi) il valore attuale di utili futuri scontato su un orizzonte temporale molto lungo tende a subire una contrazione molto marcata.

Ne deriva che il mercato finisce per vendere i titoli azionari ad alto profilo di crescita e soprattutto quelli ad elevata duration finanziaria.

E allora, una scelta “relative”, vale a dire, all’interno del comparto azionario, potrebbe essere quella di sovra pesare il comparto degli emergenti.
Evidenze grafiche mostrano che le valutazioni a cui tratta questo comparto sono le più basse dal 2010 in termini relativi.
Ma non sempre valutazioni “cheap” sono sinonimo di un affare.
A volte nascondono una trappola di valore.

In uno scenario di utili prospettici in discesa, un P/E che oggi è cheap potrebbe non esserlo più tra qualche mese.
Ed in questa analisi non si può non considerare il fatto che, spesso, in presenza di scenari recessivi, i paesi emergenti abbiano subito perdite più importanti dei paesi sviluppati, questo senza considerare che già in CINA stiamo assistendo ad importanti sell off legati agli effetti negativi sulla crescita legati all’introduzione di rigidissime misure anti covid.

Ci sono poi le asset class che mantengono il loro valore “in tempi di inflazione”.

Alcune aziende riescono a gestire meglio l’inflazione.

Altre riescono addirittura a beneficiarne. Si pensi alle aziende con posizioni monopolistiche o oligopolistiche, che riescono a trasferire sul consumatore i maggiori costi sostenuti sui processi produttivi.

Si pensi alle aziende dei settori dei servizi, della consulenza, le stesse banche.

Volendo fare un raggruppamento molto rozzo, potremmo dire che i titoli value, (rappresentativi di aziende che si muovono su settori considerati ormai maturi, società solide ma con limitate prospettive di crescita) potrebbero essere in grado di proteggere in caso di inflazione o di far perdere poco, sempre che lo scenario inflattivo non scaturisca in uno scenario di rallentamento macro o di recessione.

Ci sono poi asset class che fungono da hedge naturale in caso di inflazione.

È il caso delle commodities.
Il bloomberg commodity index è salito del 48% nel corso dell’ultimo anno.
Alcune commodities hanno registrato performance da capogiro, altre rialzi moderati, se non modesti.
Essere investiti in sulle commodities ha sicuramente aiutato, ma in pochissimi casi questa asset class è riuscita a compensare le perdite di portafoglio.

E allora? Allora bisogna allargare gli orizzonti e provare asset class “alternative”.

Ad esempio, studi condotti da Man/Duke dimostrano che investire in arte, in vini pregiati e in francobolli ha generato ritorni reali positivi nell’ordine del 5%-9% nei periodi di forte inflazione.

Ma i tempi si sono evoluti.

Chi ama investire in asset class alternative può valutare investimenti anche in NFT cosi come in porzioni (tranches) di cavalli da corsa o da salto, orologi, auto da collezione.
Tutto attraverso una metodologia di acquisto nuova, più Smart, resa possibile dallo sviluppo del digitale e della tecnologia Blockchain.
Senza detenere fisicamente il bene ma avendone la proprietà digitale custodita in una stringa di numeri criptata.

Altre strategie per ottenere rendimenti reali positivi sono quelle “total return”. Investire in strategie che generino ritorni importanti, svincolati dalla direzionalità delle asset class, può essere un hedge contro l’inflazione.
Ad esempio si possono implementare strategie di arbitraggio sulle operazioni di M&A.

Una di queste, la più semplice, è quella di investire sulle aziende oggetto di OPA. Solitamente, in tempi di elevata inflazione e tassi elevati, lo sconto a cui trattano queste aziende rispetto al valore di OPA è molto generoso.
Esso poi tende ad essere elevato qualora ci siano ancora delle problematiche di tipo regolamentare affinché il deal si chiuda. E cosi si possono trovare anche titoli “sotto opa” che quotano a sconto del 5%-10% rispetto ai prezzi di OPA. E tali rendimenti, in un orizzonte temporale di sei mesi-un anno, rimangono interessanti sotto il profilo di rischio-rendimento. Consentono di ottenere un rendimento reale positivo con un rischio tutto sommato gestibile.

Questo per dire che, in uno scenario inflattivo, valutare di investire in fondi total return (le cui performance sono svincolate dalla direzionalità) o fondi che operano con strategie di arbitraggio potrebbe essere una scelta azzeccata.

Ma ribadiamo che questa strategie devono essere considerate fonte di diversificazione all’interno di una costruzione di portafoglio che tenga conto di una corretta pianificazione temporale degli obiettivi di investimento che si vogliono realizzare.

Per cui come sempre diciamo, buona diversificazione a tutti.

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