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Siamo tornati agli anni 70?

In questi giorni tra gli operatori di mercato si fa riferimento a questo periodo storico che ha caratteristiche simili a quelle che hanno caratterizzato la crisi degli anni 70.

Ma per valutare l’entità della crisi attuale e potenziale, crisi dettata dall’aumento indiscriminato dei prezzi del petrolio e dei suoi derivati, di molte commodities e a cascata di intere categorie merceologiche serve contestualizzare lo scenario in cui ci troviamo, molto diverso da quello del passato.

Innanzitutto oggi, nel 2022, le banche centrali possono basarsi proprio sull’esperienza passata ed evitare che la storia si ripeta.
Gli strumenti ci sono, gli errori da evitare si conoscono. L’importante è essere decisi e repentini.

In sostanza, meglio portare subito le economie mondiali in recessione con un impatto immediato sull’inflazione piuttosto che rimanere inermi e lasciare continuare i prezzi salire in uno scenario che possa poi portare a conseguenze ancora più gravi.

Ma nel 2022, non solo le banche centrali agiscono in modo differente. Lo fanno anche le parti sociali.

Ciò a cui abbiamo assistito negli anni 70 sono state continue rivendicazioni salariali da parte di parti sociali e sindacati. In quegli anni sono stati chiesti aumenti importanti degli stipendi per poter salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie. Tali aumenti hanno poi portato a spirali salariali che hanno finito per aumentare ulteriormente l’inflazione in un circolo vizioso senza fine.

Questa volta le richieste sono differenti. I sindacati dei vari paesi anglosassoni ed Europei, hanno deciso di passare dai governi chiedendo delle misure di intervento dirette a salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie.
Piuttosto che far pesare il caro vita sulle aziende e salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie con aumenti salariali, si chiedono misure fiscali dirette a ridurre il carico fiscale o agevolazioni a diretto impatto sul bilancio familiare.
E questo fa un’enorme differenza nell’evitare che si verifichino spirali salariali.

Ma c’è altro.

Per fortuna, rispetto agli anni 70’, l’economia mondiale è meno “energy intensive”. Le economie sviluppate dipendono meno dal petrolio e hanno economie più efficienti rispetto a 50 anni fa. Si aggiunge poi che l’esperienza del Covid ha fatto sì che ci abituassimo a lavorare da casa rendendo meno indispensabili o quanto meno evitabili i trasferimenti da e per il lavoro. Tradotto, i costi per gli spostamenti quotidiani possono essere evitati o ridotti più facilmente rispetto a quanto fosse possibile nel 1970.

Poi, nel 2022 le economie mondiali sono meno dipendenti da alcune commodities, soprattutto da quelle agricole. Produrre un KG di carne richiede sempre meno uso di cereali per alimentare il bestiame.

In sintesi, la situazione è certamente preoccupante, ma potrebbe essere gestita diversamente rispetto a quanto fatto in passato.

Ci sono spazi di manovra e c’è maggiore flessibilità.

E con questa consapevolezza, nella giornata odierna, Cristine Lagarde ha preferito essere prudente ed accomodante per prendere tempo.
Sono troppo elevati i rischi di prendere decisioni azzardate, basate sul momento.

È ormai concorde l’opinione in seno alla BCE che sia più prudente rimandare il processo di normalizzazione della politica monetaria. Tradotto, potremmo attenderci una Lagarde più dovish di quanto si sia mostrata solo poche settimane fa.

Il piano di uscita dal QE potrebbe richiedere più tempo del previsto.
E probabilmente questo potrà dare sollievo ai mercati spaventati dalla guerra in Ucraina.

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